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Archivio Gennaio 2004

LUIGI TENCO l’estrema confidenza

27 Gennaio 2004 Commenti chiusi

Per arricchire le pagine di questo BLOG, ho chiesto ad alcuni amici di Tenco, di parlarmi di lui ed ho capito che, con giusta ragione, alcuni continuano a tenerselo dentro…ma, ciò nonostante, mi hanno fatto pervenire questo messaggio, già reso pubblico, che ritengo sia opportuno risegnalare proprio oggi, a trentasette anni dal suo ultimo CIAO!

L’ESTREMA CONFIDENZA

Di fronte al suicidio di Luigi Tenco – come per qualunque altro suicidio – avremmo preferito che si restasse in silenzio, con la bocca murata di pietà. Ma l’amore per il silenzio, il significato del suo valore, sono cose scarsamente conosciute e apprezzate. Un senso di rispetto per la morte di quel giovane avrebbe dovuto indurci a lasciarlo in pace, qualunque sia il tipo di pace che ci attende, quella del nulla o quella della divina comprensione.
Ed invece abbiamo tutti sentito levarsi un coro pressocché unanime di disprezzo, di derisione, di scherno, di esecrazione, di raccapriccio, di riprovazione in genere. Ma di pietà, di autentica pietà, niente. Questo atteggiamento che in genere si usa prendere nei confronti del suicidio ci ha allora indotti ad alcune osservazioni.
Sintetizzando, si può raccogliere in tre sfumature la gamma delle reazioni che in genere si hanno nei confronti del suicidio. O lo si prende come pretesto per cavarne lezioni, insegnamenti, mòniti, ammaestramenti e altre tartufesche prediche del genere. Oppure si procede ad un’ignobile discriminazione dei “motivi di morte”, e discettando sulla validità delle ragioni che hanno indotto un essere umano a scegliere la morte, si ride della servetta che beve la varichina e non di Isotta che beve il filtro, come si schernisce Luigi Tenco che muore per una canzone, mentre per rispetto conformistico di esteriori classificazioni discriminatorie non si ha il coraggio conseguenziale di schernire anche il suicidio di Drieu La Rochelle, o di Cesare Pavese, o di Hernest Hemingway. E c’è infine l’insofferenza di quel poco o tanto di peso e di amarezza che può gravare sulle nostre considerazioni quando ci s’imbatte nell’evento di un suicidio, non ritenendosi cosa seria – quando si è benedetti dall’euforia del successo e si è integrati e impegnati nella propria “missione sociale” – lasciarsi forviare da qualche considerazione sulla scia di un colpo di pistola echeggiato fra le quinte di un festival di canzonette. Ed allora, mentre si succhia con piacere la polpa dei cento e cento festivals, si sputa però con disgusto, se ci si trova dentro l’osso amaro di un colpo di pistola.
Alla base di tutto ciò noi sentiamo una radice più profonda, più oscura, più turpe: un’ignobile mancanza di pietà, di autentica pietà, per la disperata solitudine di chi sceglie la morte, e nel volerne discriminare le ragioni, una assoluta mancanza di ripetto per il mondo interiore delle persone, per la loro privatezza, per il loro “racconto segreto”. Se non si condividono i sentimenti e le ragioni degli altri, si odia o si schernisce: manca del tutto la capacità di comprendere ciò che non si condivide, che non è conforme ai nostri schemi, ai nostri interessi, ai pregiudizi, alle pigrizie mentali e morali. Ed è questa la forma peggiore di conformismo.
Ma la mancanza di rispetto e di pietà di fronte alla morte per suicidio assume da noi dei toni tragicamente disgustosi. Perché in tal caso la mancanza del senso della morte si accoppia a quella del rispetto per il momento più privato, intimo e segreto di un’umana esistenza. Se non s’è capaci di restarsene muti e impietriti di pietà, bisognerebbe almeno aver rispetto per quell’estrema confidenza, per quell’ultimo racconto, per quell’addio, per quell’urlo, per quella bestemmia, per quel gemito, quella tenera invocazione, quella disperata speranza, quell’assurda contraddizione così profondamente e spietatamente umana, quella stravolta preghiera, quella coraggiosa paura, quella tragica esplosione di inappagato amore per la vita che è il racconto segreto di un suicidio.
Guardare a tutto ciò con rispettosa pietà, con pudore, per non umiliare chi ha voluto mostrarci l’estrema nudità dei suoi più intimi sentimenti: accettare e comprendere, per quello che esse sono e senza la pretesa di volerle giudicare e discriminare, anche se non si condividono, le ragioni interiori che hanno indotto una creatura umana a scegliere la morte. Ma bisognerebbe prima di tutto avere il senso e il rispetto della morte, senza di che non si ha neppure il senso profondo della vita e della religione.
L.D.A.
Riferimenti: IL MIO REGNO

LUIGI TENCO …. sMASCHERATO!?

27 Gennaio 2004 Commenti chiusi

LUIGI TENCO ….sMASCHERATO!?

Forse non tutti sanno che Luigi Tenco, oltre ad essere stato un bravo compositore, è stato anche un disegnatore di fumetti.
Ai tempi del suo primo Long Playing (1962) aiutava infatti il suo amico Roy, impegnato a sfornare gli episodi che, per conto di un editore sardo che abitava a Genova, venivano poi pubblicati in edicola con il nome di MASKAR.
Qualcosa di simile al più famoso Uomo Mascherato per cui Tenco ebbe a dire un giorno che, se mai avesse posseduto un cavallo, lo avrebbe chiamato proprio con il nome del cavallo dell’Uomo Mascherato.
In calce al giornalino vi era una rubrica riservata ai lettori.
La redazione rispondeva alle molteplici domande facendo sfoggio di cultura ed è curioso rilevare come le domande venivano poste anche da un lettore che figurava con il nome di Luigi Tence. Non c’è che dire, l’altruismo era proprio innato in lui…
…e bravo il sig. Tence…e bravo Luigi sMASCHERATO!?
Riferimenti: IL MIO REGNO

Luigi Tenco…pignolo nell’accordatura del Sax…sorrideva sornione

20 Gennaio 2004 1 commento

Luigi Tenco…pignolo nell’accordatura del Sax…sorrideva sornione
(di Alex Armanino)

Per arricchire le pagine di questo Blog ho chiesto ad alcuni amici di Luigi di raccontarmi qualcosa di lui, lontano dal pettegolezzo degli ultimi giorni.
Ricevo e rendo pubblico, con i dovuti ringraziamenti, quanto segue:

“…la frequentazione musicale con Luigi si riferisce a quasi mezzo secolo fa; se consideriamo che il concerto di Rapallo si tenne nella primavera del ’56. Senonché le prove e d esibizioni risalgono ad epoche intorno al’54 e quindi ecco che il mezzo secolo ci sta tutto.
Ci si vedeva regolarmente alle prove serali che si tenevano in una sala prove, affittata in un palazzo di Via Porta d’Archi, con frequentazione settimanale. Essendo lui un tipo riservato, almeno con noi, si può ricordare che era molto pignolo nell’accordatura del suo sax contralto, che suonava benissimo.
Nei brevi intervalli si parlava dei grandi maestri d’Oltreoceano.
Un sorrisetto sornione lo coglieva soltanto quando Lucio Capobianco diceva: “l’intonaziuta questa sconoscione”, al posto di: “l’intonazione questa sconosciuta”, oppure “Bite! esa coccogumoz” al posto di….che so io. Poi, come è noto, ci ha lasciato per avviarsi ad un successo – peraltro meritatissimo – che però ha segnato la fine della sua esistenza così poco incline al compromesso.”

Riferimenti: IL MIO REGNO